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Ote: la sanità regionalizzata "allunga" le liste d'attesa
Prontoconsumatore.it - 20 Agosto 2004
La sanità regionalizzata non fa bene alle liste d’attesa, anzi…Lo dicono i dati raccolti dall’Osservatorio della terza età, Ageing Society, che durante l’estate, ha fotografato la situazione nei principali ospedali delle 103 province italiane. Il problema è ancora, del tutto irrisolto se i tempi medi per fare un esame mammografico, una tac e una visita oculistica superano quelli fissati dall’accordo tra Stato e regioni, con una situazione di criticità permanente per alcuni esami particolari. Uno scenario preoccupante quello che emerge dall’indagine dell’Osservatorio della terza età, che ha monitorato i tempi di attesa per cinque prestazioni diagnostiche più frequenti: mammografia, tac al torace, ecografia pelvica, visita cardiologica con elettrocardiogramma e visita oculistica.
Il dipartimento Comunicazione dell’Ote, Ageing Society, ha rilevato che per una mammografia, nel 46,6% dei casi, l’appuntamento è fissato dopo 60 giorni dalla prenotazione; nel 31% dei casi occorre aspettare tra i 16 e i 60 giorni, mentre solo il 14,5% delle prestazioni è assicurato nell’arco delle due settimane. Complessivamente i ritardi sembrano equamente distribuiti sul territorio, seppure con significative differenze tra regione e regione. Se infatti nelle strutture monitorate di tutti i capoluoghi di provincia del Molise e della Liguria le prestazioni sono erogate nell’arco dei 60 giorni, in Abruzzo, nelle Marche e nelle province autonome di Trento e Bolzano occorre sempre attendere più di due mesi. Per quel che riguarda la visita oculistica, invece, la percentuale di strutture che sono in grado di garantire la prestazione entro il termine di 30 giorni, fissato dalla conferenza stato regioni, è inferiore a un terzo, per l’esattezza il 30%. Oltre il tempo massimo si trova invece il 62,1% del totale delle province. I casi più eclatanti di criticità sono stati rilevati in tre città: a Ravenna, dove il primo appuntamento sarebbe stato fissato addirittura 19 mesi più tardi; Biella, con una lista d’attesa di più di 10 mesi; Pordenone (9 mesi) e Verona (226 giorni, pari a più di 7 mesi). La regione meno virtuosa è risultata la Sardegna, dove il 100% delle province (4 su 4) supera i 60 giorni d’attesa (con Oristano e Cagliari in grado di fornire la prestazione non prima di 4 mesi). Segue il Friuli Venezia Giulia con il 50% (2 province su 4) che non si mantiene all’interno dei 2 mesi. Infine, l’Emilia Romagna, dove solo 3 province su 9 presentano liste d’attesa inferiori ai 2 mesi. Situazione non migliore anche per la Tac al torace: il 24,3% delle prestazioni è infatti fornito dopo i 60 giorni, nel 36,9% dei casi si aspetta tra 16 giorni e 2 mesi mentre un’attesa inferiore ai 15 giorni riguarda solamente il 18,4 per cento degli esami. L’Ecografia pelvica nel 27,2% dei casi è fissata soltanto dopo 60 giorni, mentre nel 45,5% delle strutture monitorate l’attesa oscilla tra i 15 e i 60 giorni. I problemi maggiori si registrano in quattro regioni del centro-nord: la Liguria, dove due province su quattro hanno tempi di attesa superiori ai 60 giorni; il Lazio, con tre su cinque oltre il limite; il Veneto, quattro su sette, e il Friuli–Venezia Giulia, regione nella quale in tre capoluoghi su quattro le attese superano i due mesi. Visita cardiologia con elettrocardiogramma: in questo caso la situazione è caratterizzate da una tendenziale omogeneità su tutto il territorio. Il 41,7% delle province monitorate rispetta il termine massimo di trenta giorni che, in base all’accordo tra stato e regioni dell’11 luglio del 2002, doveva essere garantito, dal primo luglio dello scorso anno, ad almeno l’80% dei cittadini che effettuano la prestazione. Nel 31% dei casi, invece, le aziende ospedaliere o le Asl intervistate assicurano la prestazione in un tempo che oscilla tra i 30 e i 60 giorni, mentre ancora circa una provincia su cinque, il 20,4%, effettua la visita dopo più di due mesi. Rimangono fuori dalla statistica sette province, per le quali non sono stati raccolti dati (in sei casi non è stato possibile effettuare prenotazioni telefoniche; nel caso di Lecce il Cup era in sciopero).
“A dispetto delle previsioni – sottolinea il segretario generale dell’Ote, Roberto Messina - il decentramento territoriale delle competenze in tema di sanità, non ha risolto i nodi delle liste d’attesa. In alcuni casi i tempi si sono raddoppiati e la tendenza si accentuerà con l’ulteriore abolizione delle competenze da parte dello Stato”. Messina, poi, punta l’indice sugli effetti nefasti della devolution sull’intero comparto. Accompagnando le richieste che arrivano da più parti di ripensare il processo di riforma, aggiunge: “Già oggi vi sono regioni che assicurano talune cure ed altre che non sono in grado di erogarle per problemi economici. Il trasferimento esclusivo delle competenze dal centro alle periferia - dichiara il segretario dell’Osservatorio della terza età - darà vita a venti servizi sanitari diversi, e con il Sud che sarà schiacciato dall’eccellenza delle strutture settentrionali.
Ote - Ageing Society
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