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Confronti
Nuove povertà crescono: gli anziani i più colpiti
Politica, prezzi, mercato: iniziativa dello SPI-CGIL dell'Emilia Romagna.
E' un aspetto della grave situazione italiana che il sindacato respinge con vigore.
Saltini: "Indispensabile un cambiamento radicale dell'indirizzo economico in atto del Governo".
Gli interventi di Stefano Fantacone (Centro Europa Ricerche), Rosario Trefiletti (Federconsumatori), Giancarlo Saccoman (SPI nazionale)
Spier.it - 01Gennaio 2004
di Sergio Ventura
I meno difesi, i più tartassati. Questa è la cruda realtà vissuta ogni giorno da milioni di persone che si trovano nella duplice condizione di essere anziani e consumatori, colpiti da un lato dalle Finanziarie che deprimono la crescita e tagliano lo stato sociale e dall’altro dall’aumento dei prezzi, del costo delle tariffe e dei servizi. “Milioni di persone sono sulla soglia della povertà”, denuncia lo Spi Cgil. In tutta Italia nel 2002 ben 7 milioni e ottocentomila pensioni (quasi il 55% del totale) erano inferiori ai 500 Euro al mese. Siamo davanti a una beffa: dal ’93 le pensioni sono aumentate in base all’inflazione reale e non più in relazione all’andamento dei salari, le riforme del settore hanno ridotto del 7% la quota di reddito nazionale da devolvere alla previdenza contribuendo così all’adozione dell’euro e al risanamento dei conti pubblici, e l’assenza di un’adeguata politica dei redditi (attraverso un uso consapevole del fisco e non solo) ha portato alla riduzione del loro valore. Lo dimostrano gli studi degli istituti di ricerca e sondaggi, Istat, Cer (Centro Europa Ricerche), Doxa, fino alle associazioni dei consumatori. Mentre il Pil diminuisce, l’inflazione corre ed è in media più alta di un punto rispetto all’Europa, i salari non riescono a stare al passo, le pensioni hanno perso in misura consistente potere d’acquisto: il 3,8% rispetto ai salari in dieci anni, e l’erosione è tanto maggiore in quelle di più lunga data. Anziani quindi “sempre più poveri”. Sul tema il “Reddito dei pensionati tra politica, prezzi e mercato”, lo Spi Cgil regionale, il 12 dicembre scorso a Bologna ha chiamato al confronto istituzioni, studiosi, esponenti dei consumatori. Silverio Ghetti, della segreteria Spi Emilia Romagna, ha denunciato l’emergere di questa drammatica “questione redditi” e indicato le linee di un’azione rivendicativa nei confronti del Governo e degli enti locali che persegua un’inversione di rotta e consenta agli anziani una vita dignitosa. “La stessa Istat – dice – ammette una forte differenza tra inflazione calcolata (2,8% a settembre) e quella percepita dalle famiglie che si attesta al 6%. Non solo: secondo un sondaggio Doxa per la Rai, il 79% degli italiani nell’ultimo anno ha visto i prezzi crescere molto o moltissimo; l’82% indica negli alimentari quelli con i rincari maggiori. Risultato: il 59% ha drasticamente ridotto i consumi”. In una simile cornice l’effetto del caro vita sui pensionati è ancora più aspro. “L’inflazione, così come è calcolata oggi, li penalizza – spiega Stefano Fantacone, del Centro Europa Ricerche –le spese per alimentari e abitazione, luce, acqua, riscaldamento, servizi sanitari e salute, hanno infatti per loro una incidenza ben superiore alla media della popolazione ma il paniere Istat non ne tiene conto. Un anziano solo di oltre 65 anni spende per il cibo e la casa il 64% del suo reddito; una coppia arriva al 58%. La ricerca che abbiamo condotto per conto dello Spi ci dice che nelle famiglie di pensionati il tasso di inflazione da alcuni anni sale dal 2,5% attuale al 4% e anche oltre; sono gravemente penalizzati il 55,4% dei nuclei con capofamiglia di oltre 75 anni, il 57,4% di quelle con anziani soli, il 57,5% delle famiglie di pensionati al sud e il 57,4% di quelle con redditi inferiori ai 5164 euro all’anno. L’inflazione è dunque più alta per i beni necessari e la redistribuzione del reddito avvantaggia i lavoratori autonomi a discapito di quelli a reddito fisso e dei pensionati, proprio le categorie più fedeli agli accordi sul costo del lavoro”. L’Ageing Society dell’ex ragioniere dello Stato Monorchio ad agosto indicava una inflazione reale per gli anziani del 4,3% considerando che gli alimenti gravano per il 30% e i servizi sanitari per il 22% sulla tipologia dei consumi. Cosa fare allora? Lo Spi ritiene urgente ripristinare una seria politica dei redditi correggendo le distorsioni e riequilibrando il valore inflattivo alla reale capacità di consumo delle famiglie e degli anziani.
Una delle note più dolenti del biennio scorso è l’impennata dei prezzi legata alle speculazioni sull’Euro. “Mediamente – aggiunge Ghetti - le famiglie hanno subìto, secondo le associazioni dei consumatori, rincari pari a 2900 euro, però nemmeno davanti all’indiscriminata crescite delle tariffe, Rca, benzina, servizi bancari, trasporti, il Governo ha attuato i controlli dovuti salvo invece cancellare di fatto la politica dei redditi”. Lasciato solo l’anziano si difende come può: spende meno per i farmaci e il cibo, la casa, l’abbigliamento. Insomma riduce i consumi, intacca i risparmi (se li ha), peggiora il proprio tenore di vita.
“Gli aumenti non dipendono certo dall’introduzione dell’Euro – dice Rosario Trafiletti, presidente nazionale di Federconsumatori – ma piuttosto da comportamenti anomali e da irresponsabilità diffuse, compresa quella del Governo. E’ ormai dal luglio 2002, con la battaglia sulle tariffe Rc auto che noi siamo in campo, fino allo sciopero della spesa dello scorso 16 settembre, e non ci fermeremo qui. Bisogna introdurre bonus fiscali per le famiglie meno abbienti e fare accordi interprofessionali per avere sconti sui prezzi dai negozianti. L’Istat poi deve rivedere le voci del paniere e il peso che esercitano nel determinare l’indice, inoltre occorre più accuratezza nelle rilevazioni territoriali dei prezzi visto che ancora oggi il 29% dei Comuni non fornisce i dati!”. Non c’è però solo di un problema di costi, ma anche di “nuove povertà relazionali”, come le chiama Giancarlo Saccoman, segretario nazionale dello Spi Cgil, che traccia un profilo sconfortante della terza età nel nuovo millennio. “La solidarietà si erode, vengono meno le reti familiari e di vicinato, aumenta la solitudine, prende piede una sorta di anoressia sociale. Dunque, se pure è decisiva la battaglia per i non autosufficienti, questo non basta. Dobbiamo ricostruire legami, occupandoci di come le persone abitano, vivono, comunicano, dando vita ad azioni che puntino a garantire la piena cittadinanza di tutti. Le cose vanno fatte con l’anziano più che per l’anziano”. Per altre vie si torna a una preoccupazione indicata in apertura di discussione da Lucio Saltini, neo segretario dello Spi dell’Emilia Romagna: “Una politica che dia per scontato l’aumento delle differenze sociali è miope, produce una società meno solidale e più violenza, il che danneggia anche le condizioni ambientali delle imprese. Mi pare ne siano consapevoli la Regione e gli enti locali con i quali auspico si possa condividere l’impegno per un modello di sviluppo basato sulla qualità e sostenibilità ambientale e che consideri la tutela dei cittadini un investimento e non un costo”. A tutela dei redditi e del benessere ecco svilupparsi allora l’iniziativa del sindacato che sollecita il cambiamento radicale della politica economica, dalla Finanziaria alle pensioni, induca una nuova politica dei redditi che regoli salari, profitti, produttività, inflazione programmata, politiche fiscali, tariffe, finanziamento del welfare e assuma l’obiettivo del recupero del potere d’acquisto delle pensioni. “L’iniziativa unitaria messa in campo in questi mesi – sostiene ancora Silverio Ghetti – mira anche a rivedere il sistema di calcolo dell’aumento dei prezzi, interventi che favoriscano la restituzione del fiscal drag ai lavoratori e ai pensionati. Un fisco solidale deve fondarsi su un sistema di detrazioni d’importo per fasce di reddito e di età, l’imposta negativa e a credito per gli incapienti. Lo Spi Cgil sostiene poi una forte azione di negoziazione decentrata con Regione ed Enti locali sulla fiscalità, le politiche tariffarie, i prezzi dei beni e servizi, la compartecipazione alla spesa, che incidono sul reddito dei pensionati, per affermare che un modello alternativo è possibile”.
In questo ambito si iscrive la proposta, condivisa anche da Cisl e Uil, di definire un minimo vitale da assumere come base per regolare la compartecipazione del cittadini alle prestazioni sociali agevolate con priorità per l’assistenza domiciliare, semplice e integrata e agli interventi a favore dei non autosufficienti. Infine si chiede che i Comuni incentivino l’offerta di alloggi in affitto e a canoni scontati per gli anziani soli e in rapporto all’età, agli sfratti.

Sergio Ventura
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